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Amnesia primaverile

Quanto tempo è passato dall’ultima volta che mi sono detto “Oggi non ho proprio voglia di uscire, me ne resto a casa”?
Se ci penso bene, e provo a fare due calcoli aiutandomi con il calendario, continuo a non trovare la risposta. Eppure, nonostante tutto, so bene che due o tre mesi di quarantena, per quanto pesanti, non sono niente in confronto agli ormai 17 anni alle mie spalle, o ai numerosi anni a venire.

E più continuo a ripetermelo, a dirmi che tutto passerà, che prima o poi si ritornerà alla normalità, più penso a quale normalità io voglia tornare. Dopotutto, non mi sono sempre lamentato di star vivendo una routine monotona, priva di avvenimenti interessanti? Non ero io che speravo in un cambiamento più di chiunque altro mi circondasse?

Ho letto molti articoli e pensieri, in questi ultimi tempi, su come la gente stia passando questo periodo di reclusione in modo produttivo, chi scoprendo nuovi hobby e passioni, chi rispolverando quella piccola mensola su cui poggiano in maniera poco appariscente i nostri ricordi, altri ancora dedicandosi a mansioni necessarie per cui prima non trovavano (o forse non volevano trovare) il tempo necessario.
E così, una volta messo giù il telefono, su cui scorrono tutte quelle belle parole che incitano a non perdere la speranza in questo momento così difficile, mi domando come io stia reagendo alla cosa, sorpreso del non essermelo domandato prima. E così, mi alzo dal divano, ormai bollente, e mi avviò verso una finestra ancora chiusa, come in attesa di una rinfrescante, ma mancata, primavera, cercando di scorgere un raggio di sole al di là degli enormi palazzi di città, ai quali, ad essere del tutto onesto, non penso riuscirò mai ad abituarmi completamente. Il tempo è così bello che mi verrebbe voglia di correre a spalancare l’armadio, saltare dentro ad uno dei miei vestiti migliori e, dopo essermi attentamente sistemato allo specchio, precipitarmi fuori di casa ad una velocità che non ritenevo potessi raggiungere: sembra quasi che un sole così bello e lucente non si vedesse da secoli.
Ma poi, mi fermo a pensare: è davvero così? Per quanto mi piacerebbe crederlo, sono sicuro che sia solamente una mia visione un po’ appannata di ciò che mi circonda. E la cosa è particolarmente ironica quando mi accorgo che i miei occhiali, i miei unici mezzi per vedere una realtà più simile a quella di tutti, siano più appannati in questo periodo (a causa della mascherina) che di quanto lo fossero stati in tutti gli anni in cui, camminando con la testa bassa o avvolta in una nube di pensieri, non riuscivano a scorgere quella bellissima luce primaverile che adesso mi sembra quasi una novità.

Anche la leggera brezza pomeridiana, il rossore del cielo al crepuscolo, i fiori che appena sbocciati e le piacevoli zone d’ombra si uniscono a questo pacchetto di novità che vorrei poter assaporare con più gusto, liberamente, come se in tutto il tempo prima di questa quarantena non mi si fossero mai realmente presentati.

E così, riesco a darmi una risposta, tanto liberatoria quanto amara: forse è questo ciò che sono riuscito a fare, standomene a casa. No, non mi sono cimentato nella lettura di libri su libri (a parte qualche fumetto arretrato, ma probabilmente qualunque buon lettore rabbrividirebbe di fronte a questa mia affermazione), né all’allenamento o ad altre attività costruttive, che da anni mi riprometto di intraprendere; ho fatto qualcosa che probabilmente non avrei mai avuto lo stimolo di fare davvero, ovvero aprire gli occhi.
Tutto ciò che mi circonda ha assunto in breve tempo un’aura del tutto differente rispetto a prima. Quello che davo prima per scontato, è ora per me qualcosa di insostituibile e meraviglioso; e ora che mi sono riseduto sul caldo tessuto del mio divanetto, mi sovviene un’altra domanda, come se non avessi già pensato abbastanza. Sarà lo stesso anche per gli altri?

Quando mi riferisco alla mia esperienza, credo, e spero, che sia qualcosa che tutti, chi più e chi meno, stia attraversando in questi giorni. Un vecchio detto, a volte usato a sproposito, afferma che “ci si rende conto di ciò che si ha solo quando lo si perde”; e, quando mai più di adesso, questo modo di dire si sposa così bene con tutto ciò che normalmente, assorti nelle nostre indaffarate e distratte vite, non riusciamo a vedere o a dare la giusta importanza?
Un barlume di sole, un venticello fresco, una calma giornata all’aperto con i propri amici; situazioni di routine che possono davvero cambiare il nostro umore in meglio, ma che in molti dicono di trovare noiose o prive di significato. Poco stimolanti, insomma.
E mi devo rimproverare di essere una di queste persone, perché anche io, come precedentemente detto, ho spesso pensato alla mia vita come un semplice susseguirsi di situazioni identiche e di poco conto, a tal punto da aver più volte sognato che tutto potesse cambiare da un giorno all’altro. E quando ciò è finalmente successo, mi ritrovo a desiderare che tutto torni come prima. Una situazione che dapprima mi ha lasciato senza parole, e poi mi ha fatto ridacchiare tra me e me.

Ciò che voglio trasmettere con queste mie parole è un messaggio che spero possa essere condiviso ed apprezzato, soprattutto dalle persone che mi circondano: molto spesso siamo insoddisfatti del nostro presente, e per quanto naturale sia puntare al futuro, a sognare ad occhi aperti un momento migliore, credo che dovremmo tutti imparare a goderci anche il presente, ciò che abbiamo (e non abbiamo) al momento. Se solo noi umani ci fossimo goduti di più la libertà che avevamo prima, forse ora soffriremmo di meno; così come è probabile che in molti, una volta riacquisita questa libertà, la sfruttino per un breve periodo di tempo, prima di tornare a lamentarsene.
Ognuno è libero di fare ciò che desidera con il suo tempo, questo è un diritto sacrosanto: ma è anche importante sottolineare, a mio parere, che sta all’individuo stesso riuscire a trarne il massimo.

Guardo infine il calendario, che sembra aver perso un po’ il suo significato, e noto che marzo è già passato. Sembra quasi irreale, ma tra poco più di due mesi saremo già ad inizio estate, e la cosa mi lascia un po’ allibito.
Credo di aver perso la cognizione del tempo, e non è proprio una sensazione delle migliori; ma, se non altro, mi fa tornare un amaro sorriso una lieve carezza del sole pomeridiano, nella cui luce vedo una primavera di rinascita tanto lontana quanto vicina, in cui tutti usciremo da questo lungo letargo con qualcosa in più nel nostro bagaglio personale: chi un po’ di cultura letteraria in più, chi capace di suonare un nuovo strumento, chi con le cuffiette ancora alle orecchie, e chi più felice che mai di aver finalmente compreso quanto sia importante e soddisfacente quella “noiosa” routine quotidiana.

Fino al momento in cui me ne stancherò di nuovo e tornerò a lamentarmene, da bravo liceale che sono.

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