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Ugo Revello, A va bin parei, detti che fra un po’ non saranno più detti.

Eccoci qui, torinesi, piemontesi veri, che si fanno ‘ciulare’ dallo youtuber o dalla fashion blogger di turno, che, per combattere la noia di questa quarantena, ci hanno suggerito aneddoti di tutti i colori. Ma sapevano che il mangiare la bagna càuda per scampare al Covid, (una delle tante bufale sul web), è l’equivalente di una bella acciuga al verde, anzi delle acjoie al vert? Il risultato è lo stesso e sono buonissimi tutti e due i piatti. Se voleste assaggiare qualcosa di più leggero consiglio “doi povron bagnà ant l’euli”.

Questo però non è un dibattito culinario sulle nostre origini, il caro e buon Piemonte, ma bensì un bellissimo libro che consiglio vivamente di leggere e magari di prestare a tutti i vostri amici.

Già il titolo ci preannuncia qualcosa di totalmente diverso dai generi di lettura a cui siamo soliti dedicarci: una bella affermazione in piemontese che tradotta letteralmente vuol dire ‘va bene così’. Tutto qui, direte, questa frase da due soldi diventa un titolo che preannuncia pagine e pagine di una lingua incomprensibile a, più o meno, buona parte delle persone che sono nate dal 2000 in giù; tanto più che negli ultimi anni la nostra ‘lingua madre’ si sta tristemente perdendo, trascinata via dallo slang giovanile (usato goffamente anche dagli over 40, ma questa è un’altra storia) e soppiantato da termini di derivazione straniera. Come fare però a non perdere il valore di una tradizione? Scrivendo. Così si rendono immortali le cose belle, certo, ma anche quelle brutte o episodi che sono diventati frutto di detti popolari e allusioni più o meno sarcastiche. A va bin parei, infatti, ha un che di filosofico, qualcosa che ritroveremo anche in quasi tutte le altre massime di saggezza popolare. Va bene così, possiamo gratificarci con quello che abbiamo, ci va bene perché in fondo, è proprio quello che volevamo.

Un libro che riserva molte sorprese, dal linguaggio senza peli sulla lingua e da uno sguardo molto ironico di Ugo Revello, (autore di questa piccola perla letteraria), alla mentalità con la quale si affrontavano i giudizi d’epoca.

Ugo Revello:

“DETTI CHE NON SARANNO PIÙ DETTI

PER CUI

LEGGERE ATTENTAMENTE

METABOLIZZARE LENTAMENTE

CUSTODIRE GELOSAMENTE”

Piccola nota per la citazione: l’autore stesso si è premurato di scriverla interamente maiuscola per sincerarsi che l’avvertenza sia ben chiara. In effetti, a mio modesto parere, direi che ha più che ragione a prendere tali precauzioni; in questo apparentemente insignificante libricino ci sono frasi che utilizziamo oggi giorno completamente ignari della loro origine, che sia chiaro, non assolutamente l’italiano! Vediamo qualche esempio che vi suonerà molto familiare…

Scapa travaj che mi arrivo, ovvero: scappa lavoro, che arrivo. Apparentemente dispregiativo, ma in realtà (testuali parole dello scrittore) vuol significare “…un nobile essere che cerca il lavoro, ma che viene da questo schierato per manifesta reciproca incompatibilità”. Parafrasato vuol semplicemente dire essere una frana in quel determinato contesto, spesso lavorativo, tanto da esserne allontanati.

Pitòst che gnente a l’é mej pitòst, ovvero: piuttosto che niente è meglio piuttosto. In parole povere, sempre meglio che niente. Conviene accontentarsi di poco anziché assolutamente di nulla.

Onestamente ci sarebbero davvero molti altri detti degni di essere citati, non solo per il loro significato, ma anche per i piccoli aneddoti tratti dalla vita di Revello che, (non mi stancherò mai di ripeterlo in questa mia recensione), con una buona dose di ironia ci dispensa consigli sulla vita che fu e che sarà.

Se pensate che sia un libro per vecchi, vi sbagliate di grosso. Pur non rientrando in quella categoria, onestamente mi è piaciuto un sacco. Il contrasto tra la società moderna con quella in cui vivevano i nostri cari nonni talvolta è lieve e quasi impercettibile. La dose di risate che vi procurerà è tranquillamente equiparabile a quelle che potreste farvi guardando un video demenziale, ma qui c’è un’enorme differenza: queste pagine offrono un ottimo spunto di riflessione e non hanno nulla a che vedere con la demenzialità, anzi.

Per chi volesse c’è il seguito, Suma bin ciapà, altri detti che fra un po’ non saranno più detti. Il libro si apre con un ‘proemio’ esattamente come l’altro:

ATTENZIONE! Il verbo “siamo” in piemontese si scrive SOMA e si pronuncia con la U. Per il titolo si è scelta questa forma “fonetica” per favorirne la comprensione ai non parlanti la lingua piemontese. All’interno (del libro) si è mantenuta la grafia corretta.

Cosa potrei aggiungere se non un: buona lettura?

Published inARTEDIRITTI UMANITARIRECENSIONI

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